Surf tra le pagine

Surf tra le pagine: ecco uno sport che mi è sempre piaciuto. Ho cominciato a leggere molto presto. Dopo i primi anni di tirocinio, sugli otto anni ho cominciato a leggere fiabe. Avevo un abbonamento settimanale a Tutte le fiabe, Fratelli Fabbri Editori. Ogni settimana un fascicolo, una fiaba. Raggiunto un certo numero di fascicoli, rilegatura con copertina telata con titolo scritto a lettere d’oro. Un volume dei due rilegati è sopravvissuto al tempo e all’usura, ed è in casa di mia figlia.

Surf tra le pagine è il titolo attuale di questo articolo che in realtà è stato pubblicato per la prima volta su IC nel 2017, con titolo La letteratura è una tavola da surf. Tuttavia l’articolo ha origini più lontane. In altra forme fu pubblicato nel numero 0 della rivista Tracciati nel novembre 1996. A riprova che le idee ossessivei esistono!

Surf tra le pagine: letture infantili

Che emozione quelle fiabe! Piangevo sui casi della piccola fiammiferaia. Provavo molta paura leggendo la storia di Elisa e dei suoi fratelli ne “I cigni selvatici”. Mi chiedevo, angosciata anche dopo la prima lettura, se Elisa avrebbe finito per tempo le tuniche d’ortica per tutti i suoi fratelli. Era l’identificazione con Elisa, buona e ingiustamente accusata, a rendere la storia così coinvolgente. Poi il rogo, le streghe, i loro raduni notturni al cimitero, le ortiche che coprono di bolle le mani di Elisa, … ammetterete che c’è da emozionarsi!

Un’altra lettura di grande piacere negli anni infantili è stato Topolino, nelle sua varie epifanie editoriali: il settimanale, i classici, gli almanacchi, e così via. Che bello leggere i fumetti: avevano l’appeal del proibito. Inutile dire che tutti gli insegnanti erano contrari alla lettura dei fumetti. Non ho mai osato dire neanche a qualcuno di loro che nell’estete della prima media ho fatto indigestione di fotoromanzi: mi avrebbero mandata al rogo insieme a tutte quelle storiacce, scritte in un italiano approssimativo! Un giudizio perentorio che non ho condiviso

La contrarietà ai fumetti degli insegnanti si estendeva ad altri forme diaboliche: i racconti in TV. È vero: non sono letture, ma sempre storie sono e portano in dote il piacere di ascoltare le vicende di uno o più personaggi. Che divertimento la Biblioteca di Studio Uno del Quartetto Cetra! E com’erano appassionanti gli sceneggiati di Anton Giulio Maiano (La freccia nera), di Sandro Bolchi (I miserabili), Daniele D’Anza (Il segno del comando). Li ricordo con vivo piacere, tanto che vado di tanto in tanto a rivederli su RaiPlay, su YouTube, dove capita. E oggi vedo in tv con piacere gli sceneggiati di oggi che si chiamano “serie TV”. Adesso sapete perché su ItalianaContemporanea trovate Emily in Paris, la Regina degli scacchi, e molto altro.

Ma cominciai a leggere anche i romanzi: Senza famiglia, Pattini d’argento, Piccole donne, Piccole donne crescono, I figli di Jo, quante lacrime versate seguendo le vicende dolorose di questi personaggi. E poi le storie avventurose di Jules Verne, e di Emilio Salgari.

Surf tra le pagine: piccole donne crescono

Da adolescente mi sono evoluta: pretendevo di trovare modelli di comportamento nei racconti che leggevo (in tutti, nei romanzi ma anche nei fotoromanzi, nei fumetti (sono stata un’appassionata lettrice di Tex e dei fotoromanzi Lancio). Presto scartati i protagonisti dei fotoromanzi, gli uni perché uomini, e le altre perché erano sì donne, ma erano improponibili ad una ragazza della fine degli anni Sessanta. Piagnucolose e monocordi, passavano il tempo a sognare sogni noiosissimi, perché incentrati esclusivamente sull’uomo ideale, che, come direbbe Catalano, deve essere giovane, bello e ricco piuttosto che vecchio, brutto e povero!

Però in quegli anni scoprivo Scarlett O’Hara, nel celebre film, sì, ma soprattutto nel romanzo di Margaret Mitchell, dove la personalità volitiva e contraddittoria di Rossella emerge ricca di sfumature e decisamente meglio di quell’ipocrita di Rhett Butler. E lessi il Conte di Montecristo del grande Dumas, letto riletto e visto in Tv, con Andrea Giordana, il bellissimo e impassibile. In terza media eravamo tutte innamorate di lui.

E cominciavano negli anni del liceo le letture dei grandissimi. Hugo, Stendhal, Balzac, Flaubert, Maupassant, Defoe, Dickens, Austen, Bronte, Stevenson, Goethe, Fontane, Mann, Brecht, Pirandello, Eduardo, Dario Fo, Pavese, Leopardi non solo i Canti, ma soprattutto le Operette morali. E molto altro, naturalmente. A scuola, i classici che meriterebbero ciascuno un discorso a sé: Manzoni, Omero e Archiloco, Virgilio e Tacito, Dante, Petrarca, Boccaccio …

Ecco: Boccaccio. È stata una lettura decisiva nella mia maturazione di lettrice. Nell’incipit del Decameron «Umana cosa è aver compassione degli afflitti…»  Boccaccio esprime un’idea di letteratura che è modesta e ambiziosissima insieme. La letteratura non ha grande potere, dice Boccaccio, non influisce sul comportamento degli esseri umani, non ha il potere di far diventare cattivi i buoni, né peraltro di far diventare santi i malvagi. Però, se le lettrici (l’opera è dedicata alle donne) collaborano, trovano nelle mie storie, dice Boccaccio, il mondo. La letteratura è dunque conoscenza del mondo. E “divertimento”. Non necessariamente “divertirsi” significa “evadere”, “distrarsi”. È “divertente” anche il “conoscere”.

La tavola da surf

Il “conoscere” della  letteratura è un piacere simile a quello che si prova praticando uno sport molto impegnativo (la tavola da surf!), arduo e quindi di grande soddisfazione.

Non la soddisfazione di chi legge con lo scopo infantile di identificarsi nei personaggi; e nemmeno quella di chi legge con lo scopo adolescenziale di imparare a vivere. Questo lo lasciamo a noi stesse, bambine e adolescenti, e forse alle donne di Boccaccio.

Noi lettrici adulte del XXI secolo sappiamo che il processo creativo ha un’inizio fulmineo, come quando in un circuito elettrico s’accende una luce. L’artista è attraversato da un’idea, intuisce qualcosa che sente come parte della “verità”, e cerca il modo di dire tutto questo perché vuole condividere un’idea con gli altri esseri umani. Inventa così un modo d’esprimersi speciale, tanto più originale quanto più è un grande scrittore.

E dunque il fascino vero della letteratura emana dalla forma dell’opera letteraria, dalle sue visioni, dalla sua arte. Il brivido di soddisfazione nasce non perché condividiamo le emozioni dei personaggi, ma le emozioni dell’autore, le gioie e le difficoltà della creazione.

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