Fuocoammare – Tre recensioni. Fuocoammare è un documentario del 2016 di Gianfranco Rosi. Ecco tre recensioni assai diverse tra loro da confrontare Fuocoammare per preparare lo storyboard di un possibile video che contiene la propria recensione. La prima recensione è di Alessandra Levantesi Kezic, pubblicata su La Stampa del 20 febbraio 2016, la seconda di Giancarlo Zappoli su My Movies del 13 febbraio 2016, la terza di Stefano Santoli su Ondacinema del 17 febbraio 2016.


Fuocoammare – Lampedusa

di Alessandra Levantesi Kezic

Fuocoammare, titolo italiano in gara per l’Orso d’oro a Berlino, ha la qualità di essere diverso da quello che ci si può aspettare. Usuale approdo di migliaia di profughi africani e mediorientali in fuga dalla miseria e dalle guerre, Lampedusa è stata spesso al centro delle cronache dei Tg e ci pare di conoscerne la realtà. Ma il documentarista Gianfranco Rosi ne mostra un aspetto che i media con il loro occhio «pigro» – metaforicamente il problema da cui è afflitto Samuele, un simpatico bambino del luogo – non sono in grado di cogliere.

Da una parte un paesaggio invernale, una terra rocciosa circondata dal mare e battuta dai venti, una piccola comunità di pescatori attaccati alle tradizioni e alla famiglia e come ignari della tragedia che si consuma a largo delle coste. Dall’altra uomini donne bambini ammassati su imbarcazioni scalcinate – disidratati, affamati, moribondi o morti – che un personale specializzato, infilato in stranianti tute anti-contagio, trae in salvo, esamina e conduce nei luoghi di accoglienza. A connettere i due mondi una straordinaria figura di medico; e un’idea ecumenica di dignità e calore umano, che annulla i confini di razza e di lingua.


Fuocoammare – Samuele

di Giancarlo Zapppoli

Gianfranco Rosi racconta Lampedusa attraverso la storia di Samuele, un ragazzino che va a scuola, ama tirare sassi con la fionda che si è costruito e andare a caccia di uccelli. Preferisce giocare sulla terraferma anche se tutto, attorno a lui, parla di mare e di quelle migliaia di donne, uomini e bambini che quel mare, negli ultimi vent’anni, hanno cercato di attraversarlo alla ricerca di una vita degna di questo nome trovandovi spesso, troppo spesso, la morte.

Per comprendere appieno un film di Gianfranco Rosi è prioritariamente indispensabile liberarsi da una sovrastruttura mentale alla quale molti hanno finito con l’aderire passivamente e in modo quasi inconscio ed indolore. Si tratta del format dell’inchiesta giornalistico-televisiva che si concretizza in immagini scioccanti, in interviste più o meno interessanti finalizzate a un impianto (in particolare sulla tematica delle migrazioni) ideologicamente preconfezionato. O si è pro o si è contro la presa in carico del fenomeno e su questa base si costruisce la narrazione.

Rosi, come il Salgado che abbiamo potuto conoscere grazie a Il sale della terra diretto da Wim Wenders, si allontana in maniera netta da quanto descritto sopra a partire dalla scelta, fondamentale, di aborrire il cosiddetto documentario ‘mordi e e fuggi’ che vede la troupe giungere sul luogo, pretendere di capire in fretta o comunque di mettere in ordine i propri pregiudizi e ripartire quando pensa di ‘avere abbastanza materiale’. Il regista è rimasto per un anno a Lampedusa entrando così realmente nei ritmi di un microcosmo a cui voleva rendere una testimonianza assolutamente onesta.

Samuele è un ragazzino con l’apparente sicurezza e con le paure e il bisogno di capire e conoscere tipici di ogni preadolescente. Con lui e con la sua famiglia entriamo nella quotidianità delle vite di chi abita un luogo che è, per comoda definizione, costantemente in emergenza. Grazie a lui e al suo ‘occhio pigro’, che ha bisogno di rieducazione per prendere a vedere sfruttando tutte le sue potenzialità, ci viene ricordato di quante poche diottrie sia dotato lo sguardo di un’Europa incapace di rivolgersi al fenomeno della migrazione se non con l’ottica di un Fagin dickensiano che apre o chiude le frontiere secondo il proprio tornaconto. Samuele non incontra mai i migranti. A farlo è invece il dottor Bartolo, unico medico di Lampedusa costretto dalla propria professione a consatatare i decessi ma capace di non trasformare tutto ciò, da decine d’anni, in una macabra routine, conservando intatto il senso di un’incancellabile partecipazione. Rosi non cerca mai il colpo basso, neppure quando ci mostra situazioni al limite. La sua camera inquadra vita e morte senza alcun compiacimento estetizzante ma con la consapevolezza che, come ricordava Thomas Merton, nessun uomo è un’isola e nessuna Isola, oggi, è come Lampedusa.

L’audio


Fuocoammare – Il mare

di Stefano Santoli

Samuele non riesce a remare. Gira su se stesso con la sua barchetta, nel porto di Lampedusa, e finisce per incastrarsi fra le imbarcazioni ormeggiate. Samuele non ama il mare, gli fa venire la nausea (anche se la pasta al sugo di calamari sembra gradirla). Samuele Pucillo è il bambino lampedusano scovato e prescelto da Gianfranco Rosi come principale “protagonista” isolano – assieme al dottor Pietro Bartolo – in questo film che, dopo l’exploit di “Sacro GRA” a Venezia 2013, si è aggiudicato il massimo riconoscimento al 66° festival di Berlino.

Riconquistare il mare

“Fuocoammare” sembra fatto dei quattro elementi primigeni. La terra: poco più che uno scoglio, al largo dell’Africa. L’aria: un cielo nuvoloso e invernale, foriero di pioggia. Il fuoco: quello del titolo ossimorico, quello delle guerre. E l’acqua del mare. Quel Mediterraneo che è stato sin dagli albori delle civiltà luogo di incontro e di scambi, via da percorrere carichi di merci. E che negli ultimi anni è diventato il cimitero di oltre quindicimila persone in fuga dalle loro terre.
A Samuele, naturalmente, tocca di rappresentare un po’ anche noi, gli europei, e il nostro sguardo. Samuele, come tutti i bambini, spara con un fucile immaginario fra le braccia. Ma ha braccia e occhi allenati anche per altri gesti di guerra. Costruisce fionde per abbattere gli uccelli. Creature senza terra, libere, che appartengono all’aria. Esseri abituati a migrare. Samuele si esercita, con un amico: con fionde e micce devasta fichidindia trasformati in bersagli, intagliati come sagome umane. Il dottor Bartolo gli diagnostica un occhio pigro, il sinistro: quello che chiude per mirare con la fionda. Samuele deve adesso tenere coperto l’occhio destro, e la mira ne risente, non riesce più a colpire i bersagli.

Il fuoco a mare non è naturale. E’ l’uomo ad avercelo portato. Tocca riconquistare il mare. Rifarne luogo di incontro e di pace. Pregano cantando, i migranti giunti a Lampedusa; rievocano la loro odissea. L’ecatombe ha avuto inizio ben prima che alcuni di loro finissero i propri giorni in fondo al Mediterraneo, o ammassati in una stiva senz’aria, pregna di nafta. Molti sono morti nella traversata del deserto del Sahara. Altri nelle prigioni libiche. Il deserto, luogo insidiosissimo da attraversare, è stato da sempre il limite delle civiltà mediterranee. Il mare, al contrario, è stato un ponte, una strada naturale, facile da navigare. Oggi questa differenza pare annullata. Il mare è diventato un confine, insidioso quanto il deserto. Un luogo fitto di oscurità, in cui, pur muniti di moderne tecnologie, non ci si riesce a trovare: le navi che cercano i barconi dei migranti chiedono coordinate nella notte, perlustrando la superficie del mare. Gettano luci nell’oscurità: la luce dell’efficace locandina, persa nell’immensa oscurità in cui ci troviamo.

Montaggio creativo

Non chiamiamo “documentario” un film come “Fuocoammare”. Quello di Gianfranco Rosi è cinema meticcio, dove finzione e realtà si fondono, ibridandosi. Come in tanti altri autori contemporanei (molti gli italiani: da Pietro Marcello ad Alberto Fasulo, da Minervini a Gaglianone, passando anche per i Taviani di “Cesare deve morire”, premiati proprio a Berlino con l’Orso d’oro nel 2012), in questo cinema non si documenta il reale. Piuttosto, la realtà viene adoperata dallo sguardo del regista, che orchestra intorno ad essa la sua visione, per restituircela con un’autenticità che appartiene prima di tutto al suo sguardo, e poi, anche, certamente, a ciò che quello sguardo cattura, compone in inquadratura.

Mette in scena

E’ un cinema di montaggio. Un montaggio creativo, intessuto di rime interne, rimandi, allusioni, suggestioni. Un cinema in cui non è dato sapere quanto, di ciò che i personaggi dicono o fanno, sia spontaneo. Intravediamo sempre l’intervento dell’autore, a interagire con l’oggetto dello sguardo e confermare il principio di indeterminazione. Prendiamo, ad esempio, la sequenza in cui si spiega il titolo. La nonna di Samuele sta cucendo con il nipote a fianco, mentre fuori tuona. Gli spiega che il maltempo non è buono per chi sta in mare a pesca; dice che sembra tempo di guerra, quando c’era “come il fuoco a mare”. Stacco. La signora chiede per telefono alla radio locale di mandare in onda la canzone “Fuocoammare”. Stacco. Il dj soddisfa la richiesta e manda in onda la canzone. Stacco. Sentiamo la canzone mentre la mdp inquadra la radio nella cucina della signora. Stacco. Navi militari (quelle dell’operazione “Triton”) incrociano a largo dell’isola, in balia dei marosi. Stacco. Samuele e il suo amico, sulla scogliera, giocano a sparare, con le braccia verso il mare. Come verso quelle navi. Sono frammenti: immagini – provocate, scovate, composte – cui il montaggio conferisce la struttura di un racconto.

I confini dello sguardo

Rosi nel suo cinema si è concentrato sempre su ciò che sta ai lati del nostro sguardo, rimosso. Ai margini magari anche per libera scelta (“Below Sea Level”), ma che in ogni caso passa inosservato. Realtà che magari ci circondano (come l’anello autostradale circonda Roma), ma di cui non ci accorgiamo pur passando al loro fianco tutti i giorni. E ciò che la nostra cultura sopra ogni cosa rimuove è la morte. Con timore, con disgusto.

Rosi porta da sempre in scena la morte. Sin dall’esordio, “Boatman” (1993), girato a Benares sul Gange, fiume sacro che funge da luogo di sepoltura (in cui vengono disperse le ceneri o lasciati andare i cadaveri di chi non può permettersi una cremazione). Gange e Mediterraneo come cimiteri: parallelo singolare. In “Sacro GRA” alcune delle scene più forti per lo spettatore erano ambientate in un cimitero: Rosi ci mostrava il disseppellimento che ha luogo per legge dopo un certo tempo dai decessi. La riesumazione delle salme e il loro “sversamento” in fosse comuni.

Sono state contestate a Rosi alcune inquadrature del finale di “Fuocoammare”, accusandolo di superare il confine di ciò che è lecito mostrare su uno schermo. Accusandolo, in sostanza, di oscenità. Il regista, dopo essersi soffermato per tutto il film su corpi martoriati dalla sofferenza, inquadra alcuni cadaveri: prima riprende alcune salme già chiuse in sacchi, issate sul ponte di una nave militare, quindi entra nella stiva di un barcone alla deriva, dove, evacuati i superstiti, sono rimaste decine di cadaveri. Monta, in sequenza, tre brevi inquadrature fisse, che si scolpiscono nella mente. Poi torna all’esterno e indugia sul cielo velato, in contre-plongée. Inquadra un’eclissi parziale di sole (probabilmente quella del 20 marzo 2015): ancora montaggio creativo, l’allusione è chiara. Quindi torna sulla terra, di notte, regalandoci l’accostamento più bello di tutto il film (l’unico a concedersi una nota di lirismo): Samuele scova un uccello in un rovo, lo accosta fischiando, l’uccello risponde. Sembrano dialogare. Per una volta, gli istinti belluini cedono il posto all’incanto della comunicazione. Rosi potrebbe fermare qui il film, cedendo alla tentazione di una chiusa lirica, che incoraggi ottimismo a buon mercato. Invece il film prosegue. Si sofferma prima sui gesti della nonna, che riassetta metodicamente una stanza (la quotidianità dei gesti ignari), infine torna su Samuele, al crepuscolo, sul molo. Il ragazzo finge di sparare, nuovamente preda dei suoi istinti di aggressione.

Lo sguardo di Rosi è assolutamente neutro e asciutto (tutta la messa in scena di “Fuocoammare” è tra l’altro molto meno “ricercata” di quella di “Sacro GRA”, dove abbondavano prospettive eccentriche e inusuali). Si tiene distante dalla retorica, anche (soprattutto) da quella dei buoni sentimenti. E riesce, ciononostante, a scuotere lo spettatore. Costringendoci a fare i conti con la realtà e con il nostro segreto impulso a rimuovere ciò che non vorremmo e non gradiremmo vedere, né conoscere. Che il Mediterraneo si sia trasformato in un cimitero ce lo dicono le fonti di informazione, ma i numeri restano numeri. Non viviamo a Lampedusa nei pochi minuti di un servizio televisivo come facciamo in questo film, che ci immerge nell’isola. E non vediamo, in televisione, quei morti di cui pure siamo a conoscenza. Ponendoceli sotto gli occhi, senza compiacimento autoriale, Rosi non fa che compiere allora la più necessaria, la più giusta delle scelte. Una scelta estetica che è una precisa scelta etica (e politica), in cui si racchiude il valore e l’enorme importanza di “Fuocoammare”.

Guida alla lettura

Fuocoammare. Sono tre esempi di recensione molto diversi tra loro: due brevi, di cui una una brevissima (meno di 200 parole), e una molto più ampia (1300 parole circa). Schedate le prime due recensioni, individuandone le due parti logiche: le info sul film e il giudizio critico. Della terza recensione disegnate la mappa mentale.

Infine realizzate autonomamente la scaletta di una possibile clip, di massimo un minuto. Ad esempio se il testo fosse questo: In Fuocoammare la tragedia irrompe nella vita di un’isola fuori dal tempo, dove un ragazzo gioca con la fionda, dove gli uomini sono pescatori, le donne cuciono e cucinano e ascoltano la radio. Questa vita povera  e dura, ma umana, è travolta dalla tragedia dei migranti, storie singole, e così numerose e così disumane che un tranquillo medico condotto deve affrontare casi … casi orribili. Il finale è Rossini: “Dal tuo stellato soglio Signor ti volgi a noi, pietà dei figli tuoi, del popol tuo pietà” : eccolo.

Quali immagini (e con quale testo) mettereste nella vostra clip?

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