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Ciò che m’incontra. La Vita nova è dedicata a Guido Cavalcanti. Mai nominato direttamente, Dante a lui allude chiamandolo più volte «primo» dei suoi amici, a significare un’intesa intellettuale che tuttavia il poeta sente già precaria e che si muterà in un radicale dissenso.

Guido per primo ha tessuto l’elogio della grandezza spirituale dell’amata e questo è ciò che conta per Dante. È anche vero però che nel celebrare l’altezza della donna, Cavalcanti ha messo in rilievo il senso di inferiorità, di impossibilità dell’uomo ad esserle pari , sicché i suoi versi cantano piuttosto la disperazione che la beatitudine d’amore.

Ciò che m’incontra. Parafrasi di F.Cremascoli

Su questo Dante dissente da Cavalcanti e tuttavia egli considera la poesia dell’amico come una sorta di preannuncio della propria. Come il Battista precorre il Cristo, così pensa Dante, egli ha lasciato cadere alcuni motivi della poesia cavalcantiana, ne ha colto gli aspetti moralmente forti e li ha perfezionati, ha cioè condotto a compimento  quanto già era contenuto in essa. Dunque Dante non giudica negativamente la poesia di Guido, ma non la ritiene del tutto adeguata ad esprimere il senso profondo dell’esperienza amorosa, che per lui coincide con il percorso di ogni anima umana verso la salvezza eterna.

Perché Beatrice toglie il saluto a Dante?

Un nucleo di episodi della Vita nova, narrati nei capitoli dal XIII al XVI (ciascuno inizia con l’avverbio avverbio «appresso» , a significarne la stretta connessione) racconta il conflitto del poeta con la donna amata alla maniera cavalcantiana. L’io lirico soffre qui per la freddezza dell’amata nei suoi confronti. In effetti l’espediente della donna-schermo, tanto caro ai rimatori cortesi, provoca risentimento in Beatrice non perché gelosa, ma perché vede Dante attardarsi in una poesia che giudica non abbastanza elevata. È tale la severità di Beatrice che, incontrando Dante, non solo gli nega il suo saluto, ma si fa anche beffe di lui. Il conflitto, il dolore sono i temi dei versi compresi in questi capitoli: l’amore è esperienza dolorosa, perché l’uomo dispera di raggiungere lo stesso grado di perfezione dell’amata.

Vita nova, cap.XV

Appresso la nuova trasfigurazione mi giunse uno pensamento forte, lo quale poco si partia (si distaccava) da me, anzi continuamente mi riprendea, ed era di cotale ragionamento meco (così ragionava con me): «Poscia che tu pervieni a così dischernevole vista (dal momento che appari così ridicolo)  quando tu se’ presso di questa donna, perché pur cerchi di vedere lei? Ecco che tu fossi domandato da lei (nel caso che lei ti rivolgesse la parola) che avrestù da rispondere, ponendo che tu avessi libera ciascuna tua vertude in quanto tu le rispondessi?» (ammesso che avessi libera ogni tua facoltà nel risponderle)  E a costui rispondea un altro, umile, pensero, e dicea: « S’io non perdessi le mie vertudi, e fossi libero tanto che io le potessi rispondere, io le direi, che sì tosto com’io imagino la sua mirabile bellezza, sì tosto mi giugne uno desiderio di vederla, lo quale è di tanta vertude (intensità), che uccide e distrugge ne la mia memoria, ciò che contra lui si potesse levare; e però non mi ritraggono le passate passioni da cercare la veduta di costei». (e perciò le sofferenze passate non mi trattengono dal cercare di vederla)  Onde io, mosso da cotali pensamenti, propuosi di dire certe parole, ne le quali, escusandomi a lei da cotale riprensione, ponesse anche di quello che mi diviene presso di lei; e dissi questo sonetto, lo  quale comincia: Ciò che m’incontra.

Ciò che m’incontra

Ciò che m’incontra, ne la mente more,
quand’io vegno a veder voi, bella gioia;
e quando io vi son presso, i’ sento Amore 
che dice: « Fuggi, se ‘l perir t’è noia ».

Lo viso mostra lo color del core,
che tramortendo, ovunque po’ s’appoia;
e per l’ebrietà del gran tremore 
le pietre par che gridin: Moia, moia.

Peccato face chi allor mi vide,
se l’alma sbigottita non conforta, 
sol dimostrando che di me li doglia,

per la pietà, che ‘l vostro gabbo ancide, 
la qual si cria ne la vista morta
de li occhi, c’hanno di lor morte voglia

Ascoltate su YouTube il podcast Lectura Dantis

Parafrasi

Ciò che mi avviene mi svanisce nella memoria, quando vi vedo, bella gioia; e quando vi son vicino sento Amore che dice: “ Fuggi , se no vuoi morire “

Il viso mostra il colore del cuore, ovunque poi s’appoggia, e per l’ubriachezza di questa grande emozione (tremore), le pietre gridano: “a morte, a morte!”

Fa  peccato allora chi mi guarda e non conforta l’anima mia sbigottita, almeno mostrando che ha pietà di me,

la pietà che il vostro scherzo (gabbo) uccide, pietà che sorge alla vista morta degli occhi che implorano di morire

Il video è tratto dalla playlist Lectura Dantis su YouTube.

Questo sonetto si divide in due parti: ne la prima dico la cagione per che non mi tengo di gire (andare) presso di questa donna; ne la seconda dico quello che mi diviene per andare presso di lei (quello che mi succede proprio perché vado da lei); e comincia questa parte quivi: «e quand’io vi son». E anche si divide questa seconda parte in cinque, secondo cinque diverse narrazioni: che ne la prima dico quello che Amore, consigliato da la ragione, mi dice quando le sono presso; ne la seconda manifesto lo stato del cuore per essemplo del viso (attraverso ciò che si vede esteriormente); ne la terza dico sì come onne sicurtade (ogni sicurezza) mi viene meno; ne la quarta dico che pecca quelli che non mostra pietà di me, acciò che mi sarebbe alcuno conforto; ne l’ultima dico perché altri doverebbe avere pietà, e ciò è per la pietosa vista che ne li occhi mi giugne; la quale vista pietosa è distrutta, cioè non pare altrui, per lo gabbare di questa donna, la quale trae a sua simile operazione coloro che forse vederebbono questa pietà. La seconda parte comincia quivi: «Lo viso mostra» ; la terza quivi: «e per la ebrietà»; la quarta: «Peccato face» ; la quinta: «per la pietà». 

Motivi cavalcantiani

Per rimarcare lo stretto legame tra il sonetto di Dante appena letto e la poesia dell’amico, ecco un sonetto di Guido Cavalcanti , che abbiamo scelto perché mirabilmente sintetico dei motivi che permeano tutta la suabproduzione “alta”,

Il poeta sviluppa qui i motivi dell’origine dell’amore e del suo effetto sull’amante. L’amore passa attraverso lo sguardo della donna e desta la mente dell’amante. È tale però il valore della donna che il confronto con lei genera nel soggetto che l’ama un senso di profonda inadeguatezza e dunque di sofferenza e di dolore, che frammenta l’io lirico, in anima e cuore, e culmina nella visione che l’anima ha del cuore, colpito a morte e steso sul fianco.

Voi che per li occhi mi passaste ‘l core 
e destaste la mente che dormia, 
guardate a l’angosciosa vita mia,  
che sospirando la distrugge Amore.

E’ vèn tagliando di sì gran valore, 
che’ deboletti spiriti van via: 
riman figura sol en segnoria 
e voce alquanta, che parla dolore.

Questa vertù d’amor che m’ha disfatto 
da’ vostr’ occhi gentil’ presta si mosse: 
un dardo mi gittò dentro dal fianco.

 Sì giunse ritto ‘l colpo al primo tratto,  
che l’anima tremando si riscosse 
veggendo morto ‘l cor nel lato manco.

Voi che mi avete trapassato il cuore col vostro sguardo e avete destato la mente che dormiva, guardate ora la mia vita angosciosa distrutta dall’anelito (sospiro) verso l’Amore.

Egli (E’ cioè Amore) viene avanti squarciando i miei deboli spiriti con tale forza che di me resta solo l’apparenza soggetta a lui e un po’ di voce che dice il mio dolore. 

Questa virtù dell’ Amore che mi ha disfatto ha preso le mosse veloce (presta) dai vostri occhi gentili: una freccia ha scagliato nel mio fianco.

Il colpo mi è giunto subito così dritto che la mia anima tremando si è riscossa, vedendo il mio cuore morto sul lato sinistro.

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