Parole cattive azioni cattive. «Se i Lager fossero durati più a lungo, un nuovo aspro linguaggio sarebbe nato», osservava Primo Levi nell’immediato dopoguerra in Se questo è un uomo (1947); avrebbe rincarato la dose in Arbeit Macht Frei (1959): «Se il fascismo avesse prevalso, l’Europa intera si sarebbe trasformata in un complesso sistema di campi di lavoro forzato e di sterminio».

Parole cattive azioni cattive. Un commento di Carlo Greppi su La Stampa del 20 gennaio 2024

Delle sue proiezioni controfattuali si sarebbe avuta per così dire una tragica conferma nella struggente apparizione, ne La tregua (1963), di Hurbinek, il “figlio della morte”, il bambino di tre anni che forse ad Auschwitz, in quel mondo capovolto, ci era nato, e ripeteva incessantemente un solo lemma che però nessuno comprendeva. «Il bisogno della parola», avrebbe ricordato Levi, «premeva nel suo sguardo con urgenza esplosiva»; era «un caso estremo di comunicazione necessaria e mancata» (così ne I sommersi e i salvati): «anche sotto questo aspetto, il Lager era un laboratorio crudele in cui era dato assistere a situazioni e comportamenti mai visti né prima, né dopo, né altrove». Leggi di più

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