Solaris. Suoni e colori dell’incipit. Solaris è una romanzo di Stanislaw Lem (Leopoli 1921-Cracovia 2006), professore di cibernetica ed esperto di intelligenza artificiale. È un romanzo ambientato in un lontanissimo pianeta, Solaris, in un tempo indefinito. Sul pianeta c’è una stazione spaziale che ospita una missione esplorativa, ma da qualche tempo gli scienziati su Solaris non rispondono, non si comportano come di consueto, e per questo dalla Terra decidono che lo psicologo Kris Kelvin li raggiunga per dar loro aiuto. La prima pagina del romanzo racconta il viaggio di Kelvin dall’astronave Prometeo al pianeta Solaris. La coloratissima e precisa caratterizzazione del luogo dove si svolge la storia di Solaris crea la potenza narrativa di questo brano. L’analisi del testo la descrive.

In ItalianaContemporanea il brano è rubricato nella categoria analisi testuale


Solaris. Suoni e colori Il racconto inizia dal viaggio che dall’astronave madre, il Prometeo, porta Kris Kelvin alla Stazione Solaris. È un racconto ricco di colori di suoni, e di irrequietezza. Eccone una pagina. È un estratto dal primo capitolo.

Prima che riuscissi a capacitarmi, davanti ai miei occhi si aprì un ampio spiraglio attraverso il quale si vedevano le stelle.(…) Nell’esiguo vetro dell’oblò continuava a scorrere un pulviscolo luminoso. (…) Gli astri impallidivano dissolvendosi contro uno sfondo sempre più sbiadito: ero già negli strati dell’atmosfera. Immobile, chiuso come in un bozzolo tra i cuscini pneumatici, potevo guardare solo davanti a me. Ancora non si vedeva un orizzonte. (…) Dall’esterno mi giunse un lieve e penetrante stridore come di metallo raschiato sul vetro bagnato. Non fosse stato per le cifre che scorrevano sul quadro del pannello, non mi sarei reso conto della violenza della caduta. Le stelle erano sparite, oltre l’oblò si stendeva un chiarore rossastro. (…) Nelle cuffie crepitavano salve di scariche atmosferiche accompagnate in sottofondo da un brusio talmente basso e cupo da parere la voce del pianeta. Nell’oblò il cielo arancione si ricoprì di un velo e il vetro si oscurò. (…) Lottando contro il capogiro avvistai sulla superficie del pianeta, ritta come una muraglia e striata da solchi nero-violacei, una piccola scacchiera bianca e verde, segno di riconoscimento della Stazione. Nello stesso momento qualcosa si staccò con uno schianto dalla parte superiore della capsula: la lunga collana del paracadute ad anello schioccò con violenza producendo il suono, straordinariamente terrestre, di un colpo di vento – il primo vero vento che udissi da mesi.

Solaris. Suoni e colori – Appena il viaggiatore è entrato nella capsula si odono i motori elettrici che avvitano i bulloni e fischiano poi risuona “il sibilo dell’aria compressa”. Poi le voci. Prima quella umana di Moddard che rimane sull’aeronave madre il Prometeo; poi la voce non umana del calcolatore della stazione. Infine sia lo “schianto” del paracadute che schiocca e produce il suono del vento, sia lo “spaventoso fragore di metallo contro metallo” quando la capsula attracca nella stazione.

Il primo colore di questo racconto è quello delle tenebre. Poi c’è il verde pallido del pannello di controllo del veicolo, e subito appaiono le stelle, “pulviscolo luminoso” che impallidisce su “uno sfondo sempre più sbiadito”. Ma ecco l’annuncio del pianeta Solaris: “un chiarore rossastro”. Il pianeta appare all’improvviso non da lontano, ma già vicino “nella sua piatta immensità”. La capsula continua a scendere nel cielo arancione che si fa scuro quando la capsula attraversa un banco di nuvole. Il suo volo è senza scosse “ora nel sole ora nell’ombra” di un “immenso, turgido disco solare” che spunta da sinistra e sparisce a destra, ma poi diventa vorticoso. La superficie del pianeta appare ora come una muraglia ritta, “stretta da solchi nero-violacei”. E appare la Stazione: “una piccola scacchiera bianca e verde” che diventa sempre più grande e via via si distingue la sua forma di balena argentea e scintillante, i cui fianchi sono ricoperti antenne, radar, e finestre “scure”. La stazione  sta sospesa sulla superficie  “color inchiostro” del pianeta, su cui proietta la sua ombra di “un nero ancora più intenso”. . Ed ecco appare l’oceano sull’orizzonte “fumoso” risplendente “come argento vivo”.

Guida alla lettura

Scorrono qui, sotto gli occhi di Kelvin, e sotto gli occhi del lettore, immagini del tutto nuove, come sono nuovi i suoni dello spazio. Questa pagina è stata scritta nel 1961, sette anni prima dell’uscita nelle sale di 2001. Odissea nello spazio. Il film di Stanley Kubrick fondò per il cinema il linguaggio visivo e uditivo delle avventure extraterrestri. L’analisi del testo qui coglie il linguaggio letterario delle vicende spaziali.


Scopri di più da ItalianaContemporanea IC

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continue reading