Scuola e Intelligenza Artificiale. Inchiesta di Francesco Marino, pubblicata su La Stampa del 15 gennaio 2023. Dopo New York, anche a Los Angeles e nelle 8 principali università australiane arriva il divieto all’uso della chatbot di OpenAI. E in Italia? Un viaggio tra istituzioni, professori e studenti per capire come il nostro sistema educativo si sta preparando alla diffusione dell’IA generativa.

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Il primo è stato il Dipartimento per l’Educazione di New York: “A causa dei timori per l’impatto negativo dell’apprendimento degli studenti, l’uso di ChatGPT è vietato su reti e dispositivi delle scuole pubbliche di New York”. Poco dopo, è stato il turno di Los Angeles, con una decisione simile a quella della Grande Mela. 

Poi, ancora, le otto principali universitа australiane, che hanno deciso il ritorno alla carta e penna per gli esami scritti, proprio in seguito alle preoccupazioni che gli studenti potessero usare l’intelligenza artificiale per generare testi durante le prove.

In tutto il mondo, la scuola e l’istruzione in generale iniziano a fare i conti con ChatGPT e con la capacità dell’IA di fare i compiti scritti al posto degli studenti

E l’Italia? Al momento in cui scriviamo, nel nostro Paese non esistono provvedimenti simili a quelli americano o australiano. Ma qualcosa si muove. 

“È sicuramente opportuno regolamentare l’uso dell’intelligenza artificiale in classe, magari in maniera differente tra scuola primaria e secondaria, così come peraltro già si fa con gli smartphone o la semplice calcolatrice – precisa a Italian.Tech Gianna Barbieri, Direttore generale per l’edilizia scolastica e la scuola digitale del ministero dell’Istruzione e del Merito -. Ma costruire muri non ferma il vento: la scuola dovrа rispondere alla sfida lanciata dalle enormi potenzialitа di questi strumenti”.

L’intelligenza artificiale e il sistema scolastico italiano

Sul tema, prima ancora dell’arrivo di ChatGPT, si era espressa la Commissione Europea, in un documento che riassume gli “Orientamenti etici per gli educatori sull’uso dell’intelligenza artificiale e dei dati nell’insegnamento e nell’apprendimento”. Nelle linee guida, che però non citano in maniera diretta la produzione di testi così come la consente la chatbot di OpenAI, al centro c’è la formazione e la consapevolezza, attraverso le quali gli educatori possono sfruttare queste tecnologie per migliorare la didattica.

“Mi sembra – commenta il presidente dell’Associazione Nazionale Presidi Antonello Giannelli – che l’IA possa essere una grande opportunità per i docenti e per gli alunni, anche alla luce delle linee guida della Commissione Ue. L’interazione positiva e consapevole con questi sistemi può solo favorire l’innovazione delle metodologie didattiche”.

Oltre le previsioni e le linee guida, però, c’è la realtà. “ChatGPT è uno strumento che già usano in tanti, all’insaputa dei professori, a scuola e all’università – ci conferma Francesco Intraguglielmo, fondatore e presidente dell’associazione di studenti Rivoluzioniamo la scuola -. Il punto è che la scuola italiana non è ancora riuscita del tutto ad adattarsi a Google: un esempio è il latino, per cui ormai il 90% degli studenti trova le traduzioni online. Immagina che impatto può avere una tecnologia come ChatGPT su questo modello, ancora basato sulla verifica delle nozioni e non sulla crescita di ragazzi e ragazze”.

Il primo passo: formare insegnanti e studenti a un uso consapevole dell’IA

Insomma, dei presupposti teorici, sulla base di quanto indicato dalla Commissione Ue, ci sono. Così come c’è una consapevolezza del possibile impatto dell’IA sul sistema. C’è, però, dall’altra parte, la realtà quotidiana della scuola. A partire da queste considerazioni, la discussione sembra avere almeno due punti di sviluppo centrali. In primo luogo, c’è la necessitа di controllare se un testo è stato generato dall’intelligenza artificiale, promuovendo, allo stesso tempo, una consapevolezza nell’uso di questi strumenti. 

“Quello che sta succedendo con ChatGPT non è qualcosa di nuovo in senso assoluto – spiega Michele Nappi, professore ordinario al Dipartimento di Informatica dell’Università degli Studi di Salerno, unico Dipartimento di Eccellenza in quest’area al Centro-Sud -. Quando ci sono evoluzioni tecnologiche radicali, in una prima battuta vengono fuori timori e preoccupazioni, dopo però si trovano contromisure, spesso altrettanto tecnologiche, per fronteggiare i problemi che emergono”. 

E, in effetti, queste soluzioni stanno giа arrivando. La stessa OpenAI sta ragionando su modi per inserire un watermark alle generazioni dell’IA. Nel frattempo, sono emersi tool come GPTZero, che consentono gratuitamente di inserire un testo e scoprire se è stato creato dall’intelligenza artificiale. Gli strumenti tecnologici, però, non bastano da soli. “Certo – continua Nappi – è necessario che la classe docente sia consapevole e formata e che le vengano messi a disposizione strumenti di verifica efficaci. Se gestita in modo consapevole da parte di studenti e docenti, l’IA generativa può essere un supporto alla didattica”.

Non solo per i professori ma anche, con alcune cautele, per gli studenti. “Dal nostro punto di vista – conferma Paolo Brescia, rappresentante degli studenti e dei dottorandi per Sapienza in Movimento – credo ci sia la necessitа di mantenere e salvaguardare l’autonomia della propria produttivitа personale, soprattutto per quanto riguarda l’educazione universitaria. Detto questo, è chiaro che gli strumenti di IA possono essere introdotti all’interno di questa routine, con consapevolezza e attenzione”.

Cosa succede dopo: ChatGPT può cambiare il modo in cui pensiamo all’educazione?

Una serie di riflessioni che portano al secondo punto della discussione: perché tutto questo funzioni, è possibile che sia necessario un ripensamento delle modalità di insegnamento e di valutazione. In un approfondimento del think tank statunitense Brookings, Adam Stevens, che ha scritto un libro intitolato Making School Works, ha spiegato come ChatGPT possa essere una minaccia per quei sistemi scolastici il cui “l’obiettivo finale è rappresentato dai voti e non dall’apprendimento”. 

“Da alcuni anni, in particolare nelle università americane, sono diffusi modelli di valutazione sempre più automatici, che mirano alla standardizzazione dei processi: mi pare che ChatGPT si inserisca in questa tendenza – racconta Marco Bruno, professore associato alla Facoltа di Sociologia, Scienze Politiche e Comunicazione alla Sapienza -. Ora, se gli studenti scrivono con l’intelligenza artificiale e noi valutiamo in maniera automatica, cosa resta dell’istruzione? La mia idea è che questa possa essere un’occasione per ricominciare a parlare di cosa sia davvero l’educazione, oltre l’ossessione per il voto”.

Un discorso che vale ancora di più per le scuole superiori. “Rincorrere lo sviluppo tecnologico cercando soluzioni tappabuchi rischia di essere una strategia perdente – conferma Antonio Coratti, professore di Filosofia all’Istituto Toscanelli di Ostia e Responsabile per Castelvecchi della collana di saggi “Nuovo Lessico Critico” -. Io propenderei per un’altra strategia, più radicale: sfruttare le opportunità che queste tecnologie consentono, senza demonizzarle, ma cambiare sia il modo sia i contenuti con cui la scuola lavora. Non è facile, certo, ma la tecnologia può essere un’occasione di crescita”.

Una crescita che passa per l’integrazione dell’intelligenza artificiale nella didattica, oltre il semplice uso per generare risposte a compiti scritti. “Sarà importante – conclude Gianna Barbieri, del ministero dell’Istruzione e del Merito – lavorare sulle meta-competenze cognitive e anche non cognitive, funzionali a governare strumenti complessi come quelli implementati con l’IA. La scuola deve accrescere negli studenti le capacitа di discernimento critico e offrire loro le basi per l’utilizzo di qualsiasi strumento in modo etico”.

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