Scrivere, che passione! … e che fatica!

La scrittura e io. La scrittura per me è stata croce e delizia. Che bello scrivere! e, come si può vedere, ho continuato a lungo, ormai sono molti anni che scrivo: compiti, esercizi di traduzione, di composizione, di aritmetica, di geometria, diari, relazioni, descrizioni, programmazione didattica, presentazione di progetti da finanziare, articoli per riviste, interventi a convegni, saggi, … 

Ma che fatica scrivere, parlo proprio della fatica fisica, tormentosa: ho imparato a scrivere tra sola, copiando quel che vedevo, soprattutto pubblicità: tv e manifesti. Le lettere di questi scritti sono in genere molto personalizzate.

Mi ricordo una pubblicità Perugina. Guardate l’ultima sillaba e e vedrete lo stile di questa scritta. LA “N” sembra una “R” e la “A” sembra una lettera dell’alfabeto cirillico. 

Penna, pennino, inchiostro

A sei anni, come tutti i bambini italiani, iniziai la scuola. Credevo di fare bella figura, mostrando la mia abilità di copista. Ma neanche per sogno! Scrivevo con la Bic e la mia maestra, una signora che mi sembrava molto anziana, ma sicuramente era più giovane di me adesso,  proibiva l’uso della penna biro. “Si perdono i filetti ascendenti e i pieni discendenti”, diceva … .Amava tormentare i bambini con penna e pennino e inchiostro. Scrivere in modo uniforme, controllando la forma e il corpo delle singole lettere, non è esercizio di poco conto. Scrivere il  mio nome fu un’impresa memorabile.

Non era esattamente questo il corsivo che imparammo allora, ma è molto simile: notate i filetti ascendenti e i pieni discendenti, svolazzi vari e un nome che non finiva mai… Avrei voluto chiamarmi Ada…

Proibita anche la penna stilografica. Ricordo l’incubo dell’inchiostro, nero. Le macchie sui quaderni, sul grembiulino bianco e anche sul fiocco giallo che la mamma mi annodava pazientemente ogni mattina, ma si disfaceva misteriosamente subito dopo, e finiva macchiato d’inchiostro. Una volta, che era il mio turno far da messaggera in un’altra classe, compito ambitissimo, fui rimandata al posto con grande disapprovazione perché giudicata così macchiata da essere impresentabile. Fu un dolore mai dimenticato! 

Sicché quando finalmente, ma ero già in quinta, una giovane maestra, Maria Gabriella Joo, che ricordo con affetto, mi permise di usare la biro, suonò l’ora della liberazione. 

Macchina per scrivere e Macintosh

Quell’anno mio papà mi comprò una macchina per scrivere. Bella, nera, pesantissima, da ufficio. Una Underwood usata, che non so dove sia finita, persa in uno dei traslochi della mia famiglia certamente, e ancora la rimpiango. La mamma mi comprò un manuale di dattilografia: “Tolle et lege”, disse (beh… all’incirca) e mai alunna fu più diligente. Era la macchina di cui avevo assolutamente bisogno. Per la promozione in terza media ebbi in regalo un’Olivetti portatile, astuccio cremisi. Chissà dov’è finita. È stata con me molti anni fin dopo la tesi di laurea che scrissi con quella macchina: era il 1977, avevo ventitré anni. 

Doveva passare ancora qualche anno e finalmente nel 1984 incontrai sulla mia strada un Macintosh. Colpo di fulmine. Mentre tutti gli altri computer che avevo provato scrivevano con strane lettere verdi su fondo nero, il mio Mac mi presentava un foglio bianco e un programma di scrittura “MacWrite” .

Mac Write aveva anche i caratteri greci, i miei si chiamavano “Salamis”. Avevo tribolato tantissimo a scrivere la mia tesi di laurea: le parole greche le avevo dovute aggiungere a mano, perché la mia Olivetti DL (dove DL sta per De Luxe), mica possedeva dei caratteri greci!

Videoscrittura

Ma il pregio più marcato del wordprocessing che ho intuito subito e compreso bene nella quotidianità, è che supporta chi scrive nel difficile compito mentale che la scrittura richiede.

Tutti sanno che un buon testo è il risultato di più di una redazione. Scolasticamente se ne prevedono sempre almeno due, una “brutta” e una “bella”, dove la distinzione non dovrebbe riguardare la calligrafia, ma proprio l’approssimazione graduale ad una compiuta esposizione del proprio pensiero. 

Chiunque scriva, sa che deve affrontare parecchi problemi di diversa natura, ideativi e comunicativi; può seguire strategie diverse, ma di certo si avvicina alla sua soluzione per successive approssimazioni.  L’indagine sugli “avantesti” degli scrittori illustri documenta proprio come avvenga la fissazione sulla carta di un’idea, di un pensiero; come si proceda poi al suo ordinamento, alla distribuzione della materia e dei giudizi. Ha insomma prodotto la consapevolezza che il processo della scrittura è molto sofisticato; che tale attività si svolge secondo procedure adatte a soddisfare le condizioni poste da un atto comunicativo; che tali regole sono generalizzabili e dunque utili anche a chi deve scrivere non un romanzo, o un’opera letteraria, ma una buona relazione aziendale, o una newsletter, o una lettera d’affari.

Redazioni

Un personal computer  ed un programma di videoscrittura sono di grande aiuto per compiere le molteplici operazioni richieste dalla scrittura. C’è una caratteristica dei sistemi elettronici di scrittura che vale la pena di sottolineare.  Chi scrive con carta e penna deve organizzare nella propria mente le sue frasi, anzi tende a risparmiare sulla scrittura, proprio perché tende a limitare la fatica delle correzioni, dunque tende ad inibirsi, a scrivere mentalmente il suo testo, anziché lavorarlo sulla carta. 

Il lavorio di astrazione mentale non a tutti è congeniale, finisce con l’escludere parecchi di noi, me certamente. Ho sempre fatto fatica a “vedere” mentalmente quello che vorrei scrivere. Ci riesco accettabilmente invece dal 1984, quando ho cominciato a usare un sistema di videoscrittura.

Prima ero lontana dall’avere successo nella composizione del discorso: la correzione materiale sulla carta è un lavoro così lungo che è spesso impraticabile, anche se si pazienti e volonterosi. Ebbene il testo digitale, che compare rappresentato non su carta ma su uno schermo, si presta ad essere lavorato, cioè corretto, modificato, rivisto. Il testo digitale non obbliga a risparmiare sulla scrittura.

Consente di oggettivare quanto si ha in testa e proprio per questo consente di sviluppare il discorso, tenendo conto di tutte le esigenze comunicative che la situazione impone.

La scrittura digitale svincola la composizione del testo dalla sua stampa, cioè dalla sua dimensione materiale: è in grado invece di rappresentare i diversi stati del discorso così come la mente li concepisce e di far lavorare su un oggetto testo, che si può correggere secondo i propri criteri e giudizi. Il paradosso è che la realtà virtuale del testo lo fa oggetto materiale che prende forma, sotto gli occhi e le mani di chi lo sta pensando e scrivendo.   

La realtà della scrittura virtuale

È chiaro quindi perché un sistema digitale non equivale ad una macchina per scrivere. Questo strumento serve solo a redigere in modo più rapido, e più gradevole alla lettura, un testo nella sua redazione finale.  Tutti gli altri passaggi devono avvenire nella mente di chi scrive e solo in una certa misura sulla carta. 

Usare un personal computer  aiuta invece a fare una reale esperienza di scrittura, non perché esso aumenti le risorse cognitive, ma perché aiuta a rappresentare quello che si sa e consente quindi di averne una consapevolezza maggiore. L’elaboratore permette la stesura effettiva di diverse redazioni del testo, su cui intervenire a più riprese e con diversi obiettivi: prima l’individuazione delle informazioni, adatte ad esporre o ad argomentare un giudizio; poi la loro strutturazione logica; infine la cura della forma espressiva.

La ripetitività delle copiature che scoraggia del tutto un alunno è eliminata:  non c’è mai bisogno di riscrivere; ciò che è stato scritto può essere ampliato o ridotto, mantenuto in quella posizione o spostato, modificato nello stile e nel formato. Senza mai dover ricopiare il tutto per l’ennesima volta.

Queste mie considerazioni sulla scrittura trovano più ampio spazio nei due saggi che pubblicai: il manuale pubblicato da Bollati Boringhieri nel 1998, dal titolo Manuale di scrittura, che scrissi con Domenico Fiormonte. e quello che scrissi da sola nel 1993 per La Nuova Italia, Guida alla scrittura nel Triennio

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