«Sui robot e sulle IA abbiamo sia troppe aspettative sia troppe paure, troppi timori, un approccio che va dall’estremamente positivo all’estremamente negativo». Nel prossimo decennio non ci serviranno robot indipendenti (…), ma avatar robot, teleoperati da remoto (…). Gli avatar sono meglio dei robot, perché sono robot al cui interno ci siamo noi come una coscienza». Intervista di Emanuele Capone al professor Hiroshi Ishiguro.

Il testo è pubblicato su su La Stampa del 18 marzo 2023. Su ItalianaContemporanea è rubricato nella pagina Intelligenza artificiale, consta di 736 parole e si legge in 4 minuti circa.


Hiroshi Ishiguro sembra uscito dritto da un cartone animato giapponese, o da un manga: jeans neri, giubbotto di pelle nero, atteggiamento spavaldo e distaccato. E può decisamente permetterselo.

Alla vigilia dei 60 anni, Ishiguro è un’autorità nel campo della robotica: docente all’Università giapponese di Osaka, è noto soprattutto per il suo lavoro su androidi e macchine dall’aspetto umano. Fra 2005 e 2008 ha creato Repliee Q1Expo e Geminoid, rispettivamente un robot dalle sembianze femminili e uno identico a lui, che ogni tanto tiene lezione al suo posto, con grande stupore degli studenti. Nel 2015 ha sviluppato Erica, da lui definita l’umanoide “più bello e intelligente mai realizzato”, tanto da avere un ruolo nel film Sayonara, del regista nipponico Koji Fukada.

Lo abbiamo incontrato quando ha visitato l’Istituto italiano di Tecnologia di Genova per firmare un accordo di collaborazione sullo sviluppo degli avatar e sulla loro introduzione sul mercato, con l’obiettivo di “migliorare la vita delle persone”. Lo abbiamo incontrato e abbiamo deciso di iniziare nel modo peggiore la nostra chiacchierata con lui, chiedendogli se le intelligenze artificiali sono femmine o maschi: ci ha guardato di traverso, evidentemente perplesso. Poi ci siamo spiegati meglio, precisando che in italiano la parola intelligenza è femminile, cosa che ci porta a usare questo genere quando ne scriviamo o parliamo: “Adesso ho capito – ci ha detto con un mezzo sorriso – Questo è un problema che avete voi italiani, ma che in giapponese e in inglese non c’è. E comunque l’IA non ha genere, è fluida e transgender”.

Dallo scorso novembre, tutti parlano di ChatGPT, anche chi prima non si era mai interessato alle IA: voi che lavorate in questo campo da decenni, siete in qualche modo infastiditi da questo?
Onestamente no, anche perché ChatGPT non è un’intelligenza artificiale: è un grosso database, è come Google, niente più di un un enorme modello statistico. Non pensa nulla, non è in grado di generare nulla, è totalmente differente da un’intelligenza umana: non può elaborare o creare concetti suoi, però è molto brava a riorganizzare i concetti che ha dentro, su cui ha studiato e che ha imparato.

È comunque una grande potenza di calcolo: quando potremo averla nella testa di un robot? Quando avremo robot con dentro una vera IA?
Sui robot e sulle IA abbiamo sia troppe aspettative sia troppe paure, troppi timori, un approccio che va dall’estremamente positivo all’estremamente negativo: non vanno sottovalutati perché sono grado di risolvere facilmente problemi anche molto complessi e anche di immagazzinare, gestire e riorganizzare con semplicità grandi moli di dati. E però, non dobbiamo farci prendere troppo dall’ansia nei loro confronti. Detto questo, ai robot non serve avere una IA nella testa: sono già connessi alla Rete, esattamente così come noi siamo connessi attraverso gli smartphone.

Un grande ostacolo alla nostra interazione con loro è la comunicazione non verbale: quand’è che i robot capiranno le nostre emozioni?
È vero: i robot non sono ancora in grado di comprendere i nostri sentimenti solo dalle espressioni facciali, ma noi umani riusciamo davvero a farlo? Riusciamo davvero a capirci solo dalla faccia? A capire se l’altra persona è triste, felice, contenta o spaventata, solo dalla mimica facciale? È di nuovo un problema di aspettative: pretendiamo che i robot siano bravi a fare una cosa che nemmeno noi siamo bravi a fare.

Se e quando ci riusciranno, saremo davvero oltre la Uncanny Valley?
Il concetto di Uncanny Valley è stato capito male: gli zombie sono uncanny, spaventosi, sconcertanti, destabilizzanti; un robot identico a un umano e in grado di replicarlo fedelmente non è uncanny e non deve fare paura. Da questo punto di vista, ChatGPT funziona molto bene e forse è già oltre la Uncanny Valley, perché è in grado di sostenere una conversazione che ricorda quella umana e la riproduce in modo fedele. Un robot ben fatto è questo: fuori è uguale ma dentro è diverso, così come ChatGPT dall’esterno sembra avere una mente uguale alla nostra, però dentro è diversa.

Che mondo si immagina nel 2030?
Nel prossimo decennio non ci serviranno robot indipendenti come li pensiamo ora, in grado di camminare e fare cose da soli, ma avatar robot, teleoperati da remoto, al cui interno mettere la nostra presenza, così da poter camminare in posti distanti, fare i turisti, lavorare, studiare, interagire con gli studenti, superare gli handicap. Gli avatar sono meglio dei robot, perché sono robot al cui interno ci siamo noi come una coscienza.

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