Agnes Heller e l’eredità del ’17. «La Rivoluzione russa fu un colpo di stato orchestrato da Lenin. Ma il peccato originale che genera bolscevismo, fascismo e nazismo è la Prima Guerra Mondiale».

La I guerra mondiale preparò il terreno ai totalitarismi

Intervista di Francesca Paci, pubblicata su La Stampa del 26 ottobre 2017, a Agnes Heller, filosofa ungherese nata a Budapest nel 1929 e mancata nel 2019. Su ItalianaContemporanea il testo è parte del Filo di Novembre, dedicato alla rivoluzione d’ottobre.



Agnes Heller, una delle maggiori filosofe del Novecento, arriva all’appuntamento al ghetto di Roma con le scarpe no logo appena acquistate, «perché a Budapest si trovano solo quelle fatte in Cina e tra gli ungheresi il 35 non ha molto mercato». Minuta, vestita anonimamente, spartana fino a preferire la panchina al dehors del bar, l’ottantottenne erede di Hannah Arendt raccoglie il testimone del dialogo sulla rivoluzione d’ottobre con la verve con cui teneva testa al suo maestro, György Lukács. Nel Palazzo della Cultura l’attende la festa della letteratura ebraica dove si parla dei suoi libri sulla politica e l’Europa editi da Castelvecchi. Il pubblico le passa accanto e non la nota.

Racconti la rivoluzione del ’17.
«Fu un putsch. La rivoluzione del popolo durò da febbraio a ottobre, poi subentrò il partito. I leninisti erano una minoranza nell’assemblea costituente e Lenin la dissolse. Rosa Luxemburg gli scrisse d’indire nuove elezioni ma Lenin tirò dritto. Se per rivoluzione s’intende la presa del potere da parte del popolo quella di ottobre non lo fu, se invece si allude al cambio di regime è diverso, il regime cambiò. Il vero turning point del XX secolo però, è la I guerra mondiale, il peccato originale che genera bolscevismo, fascismo e nazismo. Quella guerra preparò il terreno ai totalitarismi e agli altri orrori, compresa la Shoah che avvenne solo in Europa, in tutta l’Europa».

Cosa resta dopo cento anni?
«Allora pochi capirono il peso della I guerra mondiale, che oggi è chiaro a tutti. Che lezione ha tratto l’Europa? Nessuna. Sennò non avremmo avuto il secolo breve, una serie di errori sin dalla pace ingiusta del ’19 che umiliò la Germania. È vero che poi l’Europa ha rifiutato la guerra, i totalitarismi, ha archiviato la massima causa di conflitti, i poteri opposti di Francia e Germania. Le nazioni europee, diversamente dalla Russia, hanno rinunciato alle loro ambizioni territoriali. Ma non è molto».

È sopravvissuta ad Auschwitz, ha visto i gulag: abbiamo esorcizzato tutto quell’odio?
«In parte sì. L’Europa è meno divisa. Fino a 50 anni fa destra e sinistra avevano narrative opposte, fascisti e comunisti s’imputavano a vicenda il male del 900. Oggi si ammettono anche i propri errori».

Nato per emancipare l’uomo, il comunismo ha finito per uccidere la speranza?
«Marx vide il comunismo come emancipazione, i soviet furono solo totalitarismo. All’inizio diversi intellettuali aderirono. Molti però, come Sweig, si ricredettero presto, altri finirono nei gulag. Il comunismo è stato ucciso dalla speranza nella redenzione, l’idea che la politica elevasse l’uomo. Dopo la politica toccò alla scienza. Oggi è in crisi l’illusione del progresso universale, se ci salveremo sarà con le relazioni sociali».

Caduto il muro, le due Europe si sono ricongiunte su questo?
«Dopo il 1945 sono nate in Europa alcune democrazie liberali, ma Grecia, Portogallo e Spagna sono rimaste ancora a lungo delle dittature. Nell’89, per ultimi, si sono liberati i Paesi dell’est e non hanno avuto il tempo d’imparare. Gli ungheresi, che non erano abituati ad agire da cittadini ma da soggetti per cui tutto era deciso dall’alto, mantengono il bisogno del leader».

Il comunismo frana a Budapest nel ’56, a Praga nel ’68, nell’89?
«Fallì prima di partire perché l’impianto era sbagliato. L’esperimento produsse Stalin. Tutti ne erano consapevoli. Ma la II guerra mondiale rilanciò i sovietici, i soli capaci di fermare Hitler. Avevo 12 anni alla battaglia di Stalingrado, Parigi era caduta. Fu lì che mio padre, anticomunista, si schierò con loro, quelli che avrebbero liberato Auschwitz. Si sapeva di Bucharin, Trotsky, ma l’antinazismo prevalse. Nel ’56 a Budapest eravamo già oltre, lo avevo capito nel ’53 quando era stato riabilitato Pálffy, un militare condannato come spia Usa. Dopo il caso Pálffy dissi a Lukács «compagno, è tutto finto».

L’Ungheria di Orban è una conseguenza di quel fallimento?
«Orban somiglia a Erdogan e copia Putin. Il j’accuse anti Soros è un’idea russa. Gli ungheresi odiano essere associati ai russi, il 70% vuole l’Europa anche se sostiene questo governo. Orban è un leader senza ideologia: illiberale, non totalitario».

L’Europa è una risposta sufficiente per superare il 900?
«L’Europa non ha preso sul serio il suo compito, l’idea del salto nel futuro è falsa: non bisogna saltare ma affrontare il conflitto tra centro e periferia smettendola di pensarsi felici. L’allargamento è stato positivo, ma non si sono capiti i problemi dell’est, le ferite del passato. Non basta difendere le democrazie liberali: l’occidente deve considerare anche quelle illiberali, la sua contraddizione».

L’occidente ha capito cosa è stato il comunismo applicato?
«I paesi con forti partiti comunisti, l’Italia e la Francia, si sono tenuti a distanza, pur essendo pagati da Mosca. Il problema con il comunismo, anche con quello anti-totalitario alla Luxemburg, è la proprietà privata: quando inizi ad abolirla finisci al totalitarismo, perché possedere è un bisogno umano».

Quali altri sono i bisogni umani nel mondo post-ideologico?
«Iniziai questa querelle con Marcuse, quando lui parlò di bisogni buoni e cattivi. Chi definisce i bisogni veri o falsi? Tutti i bisogni vanno riconosciuti come degni anche se non devono essere per forza soddisfatti».

Guida alla lettura

Completate la mappa mentale del discorso di Agnes Heller, riassumendo punto per punto il pensiero della studiosa, così come emerge nell’intervista.

Agnes Heller

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