Gli esercizi di questo mese sono pochi, ma impegnativi. Ciascuno vi propone di scrivere su Dante in forme diverse, dalla parafrasi e dalla schedatura all’analisi del testo.

In esercizio Comprensione

Esercizi di comprensione

🔻 Esercizio n. 1. Parafrasi

Ordinamento dell’inferno. Come abbiamo detto l’undicesimo canto dell‘Inferno è dedicato alla spiegazione di Virgilio circa la distribuzione dei dannati. Vi proponiamo altri due gruppi di versi, tratti sempre dal canto undicesimo.

Prendendo a modello la parafrasi che vi abbiamo proposto, scrivetene ora una per ciascuno dei due gruppi di versi, qui a lato (inf XI, 51-66 – 67-90)A voi la lettura e poi la parafrasi

I dannati dei cerchi ottavo e nono
Inf XI, 51-66. 
La frode, ond' ogne coscïenza è morsa,
può l'omo usare in colui che 'n lui fida 
e in quel che fidanza non imborsa. 

Questo modo di retro par ch’incida 
pur lo vinco d'amor che fa natura;
onde nel cerchio secondo s’annida 

ipocresia, lusinghe e chi affattura, 
falsità, ladroneccio e simonia,
ruffian, baratti e simile lordura.

Per l'altro modo quell'amor s'oblia
che fa natura, e quel ch'è poi aggiunto,
di che la fede spezïal si cria; 

onde nel cerchio minore, ov' è 'l punto
de l'universo in su che Dite siede,  
qualunque trade in etterno è consunto.

I dannati dei primi sei cerchi
Inf, XI, 67-90
E io: «Maestro, assai chiara procede
la tua ragione, e assai ben distingue
questo baràtro e 'l popol ch'e' possiede.

Ma dimmi: quei de la palude pingue,
che mena il vento, e che batte la pioggia,
e che s'incontran con sì aspre lingue,

perché non dentro da la città roggia
sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
e se non li ha, perché sono a tal foggia?».

Ed elli a me «Perché tanto delira»,
disse, «lo 'ngegno tuo da quel che sòle?
o ver la mente dove altrove mira?

Non ti rimembra di quelle parole
con le quai la tua Etica pertratta
le tre disposizion che 'l ciel non vole,

incontenenza, malizia e la matta
bestialitade? e come incontenenza
men Dio offende e men biasimo accatta?

Se tu riguardi ben questa sentenza,
e rechiti a la mente chi son quelli
che sù di fuor sostegnon penitenza,

tu vedrai ben perché da questi felli
sien dipartiti, e perché men crucciata
la divina vendetta li martelli».

Vi diamo anche qualche suggerimento perché la parafrasi sia fedele al testo.

Nei versi 16-27 si dice che lo scopo dell’azione malvagia è “ingiuria”: cercatene il senso esatto sul Vocabolario Treccani.

I modi con cui si esercitano le azioni malvagie sono due: la violenza e la frode. Il più grave è la frode: perché?

In riferimento ai versi XI, 67-90 elencate i peccati di incontinenza e associateli alle pene che sono comminate loro nei primi cinque cerchi..

🔻 Esercizio n. 2 Schedatura

Vi abbiamo dato una definizione di “schedatura”. e un esempio. Vi proponiamo ora di schedare voi stessi. Vi proponiamo l’episodio degli ignavi. È la prima schiera di dannati che Dante e Virgilio incontrano appena entrati nell’inferno.

Gli ignavi Inf, III, 22-69.
Quivi sospiri, pianti e alti guai 
risonavan per l'aere sanza stelle,
per ch'io al cominciar ne lagrimai.

Diverse lingue, orribili favelle, 
parole di dolore, accenti d'ira
voci alte e fioche, e suon di man con elle

facevano un tumulto, il qual s'aggira
sempre in quell'aura sanza tempo tinta,
30  come la rena quando turbo spira.

E io ch'avea d'error la testa cinta
dissi: «Maestro, che è quel ch'i' odo?
e che gent'è che par nel duol sì vinta?».

Ed elli a me: «Questo misero modo
tegnon l'anime triste di coloro
che visser sanza 'nfamia e sanza lodo.

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.

Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli».

E io: «Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto breve.

Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
48  che 'nvidïosi son d'ogne altra sorte.

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa».

E io, che riguardai, vidi una 'nsegna
che girando correva tanto ratta, ⇾veloce
che d'ogne posa mi parea indegna;

e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch'i' non averei creduto
che morte tanta n'avesse disfatta.

Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l'ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.

Incontanente intesi e certo fui 
che questa era la setta d'i cattivi,
a Dio spiacenti e a' nemici sui.

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch'eran ivi.

Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a' lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.

Qualche suggerimento per la vostra schedatura..

  • Descrivete l’aspetto, le azioni, la pena cui sono sottoposti questi dannati, gli ignavi; spiegate che cos’è il contrappasso. Notate quanti sono. Dante riconosce qualcuno: vidi e conobbi l’ombra di colui… di chi sta parlando? aiutatevi con l’Enciclopedia Dantesca Treccani
  • Osservate il comportamento dei due pellegrini: che reazione ha Dante di fronte a questa schiera? e Virgilio? di che tipo (affermative, negative, enunciative, etc) sono le frasi di Virgilio che presentano questi dannati? 
  • Nel racconto di Dante (vv.52 ss) si nota la presenza della spezzatura (enjambement): che funzione vi pare possa avere? Si nota anche la presenza di qualche rima ricercata: quale e perché? 
  • Osservate in particolare i vv.59 e 60, notatene l’andamento ritmico (ictus, cesure): quali osservazioni potreste fare ?
  • Attenzione ai versi 24-29: il periodo si sviluppa su due terzine proprio nel punto in cui si entra nell’ambiente infernale: individuate le sensazioni visive e uditive di Dante. Notate anche le peculiarità del discorso poetico. Osservate i versi 22/29: quali figure retoriche riconoscete nel discorso?
In esercizio Composizione

Esercizi di composizione

🔻 Esercizio n. 1 Comporre l’analisi del testo

La figura di Virgilio è già stata oggetto di schedatura del primo canto dell’Inferno.

Dalla schedatura vi abbiamo proposto come esempio un’analisi testuale sul personaggio di Virgilio.

Provate ora a scriverne un’analisi del testo sulla figura Beatrice, dopo aver schedato i versi che la riguardano e che vi proponiamo qui sotto.

Beatrice compare nella Commedia soltanto alla fine della seconda cantica, quando il pellegrino fa il suo ingresso nel giardino dell’Eden. Ma ella è nominata e prende anche la parola per la prima volta già nel secondo canto dell’Inferno , quando Virgilio per fugare i dubbi e la viltà di Dante gli svela che il viaggio, cui entrambi s’accingono, è voluto dalle potenze celesti: tre donne benedette si sono levate in suo aiuto. Virgilio narra così che una di esse lo ha raggiunto nel limbo e lo ha mandato nella selva. E nel racconto di Virgilio sono presenti alcuni aspetti stilistici e motivi tipici della poesia della Vita nova.

Inf, II, 52-74

Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
54  tal che di comandare io la richiesi.

Lucevan li occhi suoi più che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
57  con angelica voce, in sua favella:

«O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
60 e durerà quanto 'l mondo lontana,

l'amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
63  sì nel cammin, che vòlt' è per paura;

e temo che non sia già sì smarrito,
ch'io mi sia tardi al soccorso levata,
66  per quel ch'i' ho di lui nel cielo udito.

Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c'ha mestieri al suo campare,
69  l'aiuta sì ch'i' ne sia consolata.

I' son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
72  amor mi mosse, che mi fa parlare.

Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui».

Purg, XXX, 28-48

così dentro una nuvola di fiori
che da le mani angeliche saliva
30  e ricadeva in giù dentro e di fori,

sovra candido vel cinta d'uliva
donna m'apparve, sotto verde manto
33  vestita di color di fiamma viva.

E lo spirito mio, che già cotanto
tempo era stato ch'a la sua presenza
36  non era di stupor, tremando, affranto,

sanza de li occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse,
39  d'antico amor sentì la gran potenza.

Tosto che ne la vista mi percosse
l'alta virtù che già m'avea trafitto
42  prima ch'io fuor di püerizia fosse,

volsimi a la sinistra col respitto 
col quale il fantolin corre a la mamma 
45  quando ha paura o quando elli è afflitto,

per dicere a Virgilio: «Men che dramma 
di sangue m'è rimaso che non tremi:
48  conosco i segni de l'antica fiamma».

Schedate Inf, II, 52-74 e Purg, XXX, 28-48

  • Suggeriamo di osservare in Inf, II gli aggettivi caratteristici della poetica stilnovista, le allitterazioni, la presenza di coppie di aggettivi sinonimi, le costruzioni sintattiche con la proposizione consecutiva. In Purg, XXX i colori di Beatrice: il bianco e il rosso compaiono già nella Vita nova, qui compare il verde: che significato hanno?

Dalle due schedature traete un’analisi testuale di circa 450 parole sulla figura di Beatrice.

🔻 Esercizio n. 2 Comporre l’analisi del testo

Un altro episodio. un altro personaggio. Un demone, Gerione.

Dante e Virgilio stanno per lasciare il sabbione infuocato del settimo cerchio. Per attraversarlo hanno camminato su un sentiero lastricato di pietra. Ma il sentiero finisce in un burrone di cui non si vede il fondo. Virgilio lancia nell’abisso la corda che Dante cinge in vita, ed ecco compare Gerione.

La caratterizzazione del mostro dipende dalla tradizione classica: Gerione è un gigante il cui corpo, dalla cintola in su, si ramifica in tre corpi distinti. Virgilio lo nomina nel VI libro, quando Enea con la Sibilla scende nell’Ade e lì lo incontra tra altri mostri. In questi versi dunque risuona l’eco della tradizione classica, dell’Eneide, ma anche delle Heroides di Ovidio (IX, 92), dove si dice che Gerione «in tribus unus erat», cioè «era uno in tre»; e anche della Historia naturalis, (VIII, 30), dove Plinio descrive uno strano animale chiamato “mantichora” che ha il volto umano, il corpo di leone e la coda che termina in un pungiglione.

Risuona anche l’eco della Sacra Scrittura: la formula che apre il XVII canto (la metà giusta della prima cantica), richiama il Vangelo di Giovanni (19,5), benché suoni come rovesciamento parodico della figura di Cristo.

Inf, XVII, 1-27.  

«Ecco la fiera con la coda aguzza,
che passa i monti e rompe i muri e l'armi!
3 Ecco colei che tutto 'l mondo appuzza!».

Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;
e accennolle che venisse a proda, 
6  vicino al fin d'i passeggiati marmi. 

E quella sozza imagine di froda
sen venne, e arrivò la testa e 'l busto,
9  ma 'n su la riva non trasse la coda.

La faccia sua era faccia d'uom giusto,
tanto benigna avea di fuor la pelle,
12  e d'un serpente tutto l'altro fusto;

due branche avea pilose insin l'ascelle;
lo dosso e 'l petto e ambedue le coste
15  dipinti avea di nodi e di rotelle.

Con più color, sommesse e sovraposte
non fer mai drappi Tartari né Turchi,
18 né fuor tai tele per Aragne imposte. ⇾

Come talvolta stanno a riva i burchi, 
che parte sono in acqua e parte in terra,
21  e come là tra li Tedeschi lurchi 

lo bivero s'assetta a far sua guerra,
così la fiera pessima si stava
24 su l'orlo ch'è di pietra e 'l sabbion serra.

Nel vano tutta sua coda guizzava,
torcendo in sù la venenosa forca
27  ch'a guisa di scorpion la punta armava.

S’è fatto cenno alla tradizione classica cui Dante attinge inventando liberamente. Osservate, rispetto alle fonti, il sottile gioco dei contrari con cui Dante costruisce il suo Gerione. Già s’è notato che l’esordio di Virgilio «Ecco la fiera…» richiama, rovesciandola, la figura di Gesù davanti a Ponzio Pilato dopo la flagellazione («Ecce homo»).

Ma altre caratteristiche sono ognuna il rovescio di un’altra.

  • La corpulenza di Gerione e l’agilità dei suoi movimenti;
  • «la faccia d’uom giusto» e la coda di scorpione;
  • la bellezza del corpo di Gerione, ma la sozzeria e la puzza;
  • il volo non è un innalzarsi, ma un inabissarsi;
  • Gerione richiama le tre fiere del primo canto: come loro, e a differenza degli altri mostri custodi dei cerchi, è emanazione diabolica che esce dall’inferno per agire nel mondo umano.

Inf XVII, 79-136

Trova' il duca mio ch'era salito
già su la groppa del fiero animale,
81 e disse a me: «Or sie forte e ardito.

Omai si scende per sì fatte scale;
monta dinanzi, ch'i' voglio esser mezzo,
84 sì che la coda non possa far male».

Qual è colui che sì presso ha 'l riprezzo
de la quartana, c'ha già l'unghie smorte,
87 e triema tutto pur guardando 'l rezzo,

tal divenn' io a le parole porte;
ma vergogna mi fé le sue minacce,
90 che innanzi a buon segnor fa servo forte.
I' m'assettai in su quelle spallacce;
sì volli dir, ma la voce non venne
93 com' io credetti: 'Fa che tu m'abbracce'.

Ma esso, ch'altra volta mi sovvenne
ad altro forse, tosto ch'i' montai
96 con le braccia m'avvinse e mi sostenne;

e disse: «Gerïon, moviti omai:
le rote larghe, e lo scender sia poco;
99 pensa la nova soma che tu hai».

Come la navicella esce di loco
in dietro in dietro, sì quindi si tolse;
102 e poi ch'al tutto si sentì a gioco,

là 'v' era 'l petto, la coda rivolse,
e quella tesa, come anguilla, mosse,
105 e con le branche l'aere a sé raccolse.

Maggior paura non credo che fosse
quando Fetonte abbandonò li freni,
108 per che 'l ciel, come pare ancor, si cosse;

né quando Icaro misero le reni
sentì spennar per la scaldata cera,
111 gridando il padre a lui «Mala via tieni!»,

che fu la mia, quando vidi ch'i' era
ne l'aere d'ogne parte, e vidi spenta
114  ogne veduta fuor che de la fera.

Ella sen va notando lenta lenta;
rota e discende, ma non me n'accorgo
117 se non che al viso e di sotto mi venta.

Io sentia già da la man destra il gorgo
far sotto noi un orribile scroscio,
120  per che con li occhi 'n giù la testa sporgo.

Allor fu' io più timido a lo stoscio, ⇾ 
però ch'i' vidi fuochi e senti' pianti;
123  ond' io tremando tutto mi raccoscio.

E vidi poi, ché nol vedea davanti,
lo scendere e 'l girar per li gran mali
126 che s'appressavan da diversi canti. 

Come 'l falcon ch'è stato assai su l’ali, 
che sanza veder logoro o uccello
129  fa dire al falconiere «Omè, tu cali!», 

discende lasso onde si move isnello, 
per cento rote, e da lunge si pone
132  dal suo maestro, disdegnoso e fello; 

così ne puose al fondo Gerïone
al piè al piè de la stagliata rocca, 
135 e, discarcate le nostre persone,

si dileguò come da corda cocca.

Nell’analisi testuale vi suggeriamo di concentrare la vostra attenzione su questi aspetti del testo.

  • La prova morale di Dante di fronte all’orrore e all’angoscia che ne deriva. Individuate tutti i motivi che la manifestano e la vincono.
  • Osservate le due similitudini della paura: la febbre malarica (quartana); il mito di Fetonte e quello di Icaro: datene una spiegazione.
  • Osservate le rime aspre ai vv.85/90 e in generale le rime nei passaggi più densi d’emozione.
  • I movimenti di Gerione: descriveteli con cura, parafrasando il testo. 
  • Due similitudini descrivono i movimenti di Gerione: la navicella e il falcone. Una figura sempre doppia acquatica e aerea.
  • Il punto di vista di Dante: cosa vede?  cosa non vede? quali sensazioni ha?
  • La mescolanza dei tempi verbali: «Vidi che era», « e vidi spenta ogni veduta» «e vidi poi, ché non vede davanti»: l’insistenza del verbo “vedere” è segno dell’incredibile avventura vissuta. Insieme al verbo «vidi» vi sono anche altri verbi declinati al passato remoto «io sentìa», «fu’io». E, magari nella stessa frase, tanti verbi al presente: «non me n’accorgo», «di sotto mi venta», «’n giù la testa sporgo»; e «tutto mi raccoscio», e lei la bestia mostruosa «sen va» «rota e discende». Si crea così un racconto mosso, degno del terrore che il basso inferno genera in Dante e, si spera, in ogni lettore.

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