Carlo Rubbia

Carlo Rubbia. Cosa resta del ’17? «L’impresa della Luna fu un’avventura scientifica e tecnologica importante che trasse beneficio dalla competizione militare tra i due blocchi. Tuttavia non è la politica ad emancipare l’umanità, ma la conoscenza».

Luomo si emancipa attraverso la conoscenza

Intervista di Francesca Paci, pubblicata su La Stampa del 29 ottobre 2017, a Carlo Rubbia, premio Nobel 1984 per la fisica nato a Gorizia nel 1934. Su ItalianaContemporanea il testo è parte del Filo di Novembre, dedicato alla rivoluzione d’ottobre.



Convincere Carlo Rubbia a parlare di scienza e politica a cento anni dalla rivoluzione d’ottobre è impresa da giurati di Oslo. Maniche di camicia, calzini rossi come le bretelle, sguardo divertito, lo scienziato premio Nobel per la Fisica nonché senatore a vita ci accoglie nello studio a Palazzo Giustiniani dov’è appena arrivato dal suo Cern di Ginevra. È nato nel 1934 e ha visto passare dottori Stranamore di varia caratura e arringatori di piazze più o meno democratiche. Quello che lo interessa però è aver conosciuto la pars costruens del secolo breve, Enrico Fermi, Niels Bohr, Richard Feynman.

La rivoluzione d’ottobre è poco più anziana di lei. La sentiva nell’aria?
«Ero un bambino durante il II conflitto mondiale, la Russia era un mondo sconosciuto, Hitler urlava alla radio, il centro della politica era l’Europa. Poi ho studiato e alla fine degli anni ’50 mi muovevo in un mondo diverso dal passato. L’Europa doveva riprendersi dalle macerie di una guerra da 80 milioni di vittime, tra cui venti milioni di russi».

Erano anni di ricostruzione ma anche d’impegno. Non ha mai avvicinato la politica?
«M’interessavano la scienza, gli sviluppi futuri, la ricerca. Ero saturato dalle scoperte scientifiche. Seguivo quanto accadeva nel mondo, certo. Ma un conto è la conoscenza, un altro la partecipazione».

C’era la guerra fredda, anche la galassia scientifica era schierata. Nel 1969 i fisici del Pci guidati da Marcello Cini denunciarono come imperialista lo sbarco americano sulla luna. Lei che posizione aveva?
«Cini era professore a Roma e faceva parte di un gruppo con certe idee ma non erano la maggioranza. Mi chiedo sempre perché la comunità scientifica debba uscire dal suo ambito e spingersi altrove. Andare sulla Luna fu un’avventura scientifica e tecnologica importante. Da questo punto di vista la guerra fredda fu perfino utile alla scienza, fu uno stimolo alla competizione. Oggi, rispetto alle generazioni precedenti, non abbiamo più il desiderio di scoprire cosa ci sia oltre lo sguardo, la luna, Marte. Chi ne parla? La ricerca spaziale contemporanea è indirizzata ai satelliti, alle telecomunicazioni».

La guerra fredda fu positiva per la scienza?
«La competizione tra il sistema americano e quello sovietico ha permesso un’accelerazione dei programmi scientifici e tecnologici che ha funzionato da alternativa al confronto militare».

La scienza può essere neutra rispetto alla politica, l’etica, la società?
«La scienza non funziona così, cerca i segnali della natura e li guarda da lontano, procede tra errori e diverse alternative. La ricerca scientifica comporta tanti sbagli».

C’erano artisti a sostenere la rivoluzione bolscevica, c’erano scienziati. Quelli di loro che si sono poi trovati sotto Stalin non dovevano porsi domande?
«Sono elementi non rappresentativi della scienza, quelli venuti fuori con Stalin non erano scienziati. I dittatori non scelgono le menti migliori. Stalin, come Hitler, ha convissuto con tante attività tra cui la scienza. Adesso, lo so, mi parlerà delle armi atomiche: ma il nucleare è una piccola cosa rispetto a tutte le altre scoperte scientifiche dell’epoca, a partire dal Dna. Anche il pur importante sbarco sulla luna è una goccia nell’oceano emerso in quel periodo, a restare è ciò che cambia il mondo: lo studio del Dna cura le malattie e resta».

Scienza e democrazia camminano insieme o possono procedere separatamente?
«I totalitarismi rappresentano tanti problemi ma non vedo connessioni tra totalitarismi e scoperte. Certo ci sono ancora contesti non democratici, molti scienziati affrontano problemi politici e trovano difficoltà nei loro studi. Oggi però si procede tutti insieme e in contemporanea in tanti Paesi diversi, la dittatura in un singolo Paese non blocca il progresso. Piuttosto succede che la mancanza di libertà sposti le energie altrove, quando l’America era più aperta dell’Urss ha funzionato da polo attrattivo e le scienze americane sono risultate di maggior efficacia e successo. Ma anche questo è cambiato, in Russia oggi c’è più stabilità e democrazia».

Qual è il marchio del ’900, il proletariato di Lenin, il totalitarismo, la Guerra Fredda?
«Alla mia nascita sulla terra c’era un terzo della gente di oggi. Se il mondo, dall’origine dei tempi, ha visto tra i 50 e i 100 miliardi di persone nel solo ’900 siamo arrivati a 8 miliardi, un decimo del totale della storia dell’uomo. Non significa che meno persone facessero meno bene, ma è indicativo per il futuro. Quando un bambino del 1917 avra’ 80 anni non avrà assistito all’espansione demografica a cui ho assistito io, siamo già troppi, non potremo continuare a moltiplicarci. Il ’900 è stato il secolo in cui la mia generazione, che grazie alla scienza e la tecnologia ha imparato a morire meno e vivere meglio, ha avuto la libertà di avanzare e usare le risorse».

Cosa resta dell’utopia del 1917 e del sogno di emancipare l’uomo con la politica?
«Resta la Storia. L’uomo si emancipa con la scienza, la tecnologia e la conoscenza».

Guida alla lettura

Schedate il discorso di Carlo Rubbia, che sviluppa in modo articolato il tema scienza/politica/potere. In particolare confrontate la posizione del prof. Rubbia con quella del prof. Štrum, il protagonista del romanzo Vita e destino , che trovate in una delle pagine seguenti.

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